La storia del sito

VII-IX secolo d.C.
Secondo gli scavi archeologici, in epoca bizantina, al di là delle mura del castello, verso l’Etna, si trovava un borgo abitato che era concentrato in prossimità dell’antico porto. A quel tempo la Sicilia faceva parte dell’Impero Romano d’Oriente. I commerci con le nostre coste erano, all’epoca, molto fiorenti. Le rovine dell’antica colonia greca di Naxos si trovavano a Sud e venivano impiegate dai bizantini come una grande cava di materiale da costruzione. Secondo gli studi condotti dall’Arch. Daniele Raneri sulle caratteristiche tipologiche della fortezza di Schisò, sull’“opus incertum” delle murature intrise di tegole del tipo pettinato, rottami di tegole e mattoni romani, il primo impianto quadrangolare si può ricondurre alla fase bizantina. Il suo schema planimetrico coincide con modelli “canonici” di Castra bizantini quadrangolari con torri sporgenti ai quattro spigoli. Tra i modelli più antichi di castra quadrangolari bizantini si annoverano, ad esempio, quello di Selinunte, quello del fiume Carboj (lago Arancio), il “castrum maris” di Palermo, quello di Siracusa, cui si è sovrapposto l’attuale castel Maniace. Queste fortezze erano tutti sedi di guarnigioni “romaioe” a ridosso della costa. Non è noto se il castello di Naxos sia antecedente o coincidente con l’istituzione del Thema di Sicilia tra il 692 e il 695 d.C., ma è certo che a partire da questo periodo si accentuò il processo di militarizzazione dell’Isola e il diverso assetto dei possedimenti fondiari.


Il piccolo abitato, a Ovest del Castello, era costruito sulla rocciosa terrazza lavica che, innalzandosi di circa otto metri sul livello del mare, dominava la baia. A quel tempo, le onde battevano sulla scogliera sottostante la fortezza. Il borgo aveva una piazza per il mercato forse coincidente con l’antica Agorà greca. Negli arsenali sopravvissuti dall’epoca classica, anch’essi oggetto di una campagna di scavo archeologico, con buona probabilità, venivano ancora tirate in secco le navi dell’epoca: i veloci dromoni bizantini. La fortificazione presidiava questo fiorente porto e un caricatore posto all’estremità nord orientale dei bastioni.


X-XI sec.
La conquista araba si colloca intorno al 902 e si fa coincidere con la caduta della roccaforte bizantina di Taormina. In quel periodo mutò il nome del sito di Naxos che venne rinominata “Al Qusûs” ( il torace, il busto) per la forma del promontorio lavico. La riconquista bizantina avviene, a metà del 1038, con Giorgio Maniace che sbarca sulla spiaggia di Naxos come testimonia una miniatura redatta, nella Lingua di Reggio, presso il Monastero di San Salvatore in lingua Phari di Messina. l’esercito di Maniace attraversò lo stretto e sbarcò presso Messina. Come è noto la corrente che da Capo dell’Armi in Calabria conduce in Sicilia trasporta le imbarcazioni direttamente nella baia di Naxos. Era successo già a Ottaviano quando tentò di strappare l’isola a Sesto Pompeo durante le guerre civili romane. (cfr. Appiano Alessandrino, Delle Guerre Civili Et Esterne De Romani). Il primo scontro tra bizantini e arabi avviene sul promontorio di Naxos ed è chiaramente documentato in una delle miniature del Codice.


Secondo l’Arch. Raneri la miniatura è una vera e propria fotografia dello sbarco vista dalla spiaggia di Naxos. Le navi bizantine, sulla sinistra, hanno toccato terra. I “Romaioi” condotti da Giorgio Maniace avanzano sui cadaveri degli arabi distesi a terra sulla grigia roccia lavica. Sullo sfondo è rappresentato il vulcano Etna, di forma tronco conica con il caratteristico pennacchio di fumo. Un castello di forma quadrata posto sui banchi di roccia lavica difende la baia.


XII XIII sec.
In epoca normanna venne rinnovata ai monaci del Monastero di Gala (Messina) una Concessione di Adelasia, seconda moglie di Ruggero I, alla chiesa di San Pantaleone presso il Castello di Schisò; Poiché i monaci bizantini avevano aiutato i normanni, nella riconquista cristiana dell’isola, i due sovrani ebbero sempre a cuore i monasteri di lingua greca e vollero premiarli. Adelasia, nel 1104-1105, aveva emanato dei privilegi a favore di un grande monastero bizantino che si trovava a Gala (vicino Messina). Il figlio di Adelasia e del Conte Ruggero, nel 1130 si fece incoronare re di Sicilia col nome di Ruggero II. Ai monaci bizantini confermò quanto la madre aveva disposto prima di lui. A tal proposito gli studiosi hanno rinvenuto un eccezionale attestato di epoca normanna denominato “diploma”, (un documento ufficiale che garantiva la concessione di privilegi). In questo “diploma”, del 6 novembre 1144, re Ruggero II confermò ad un certo Arsenio, abate del monastero bizantino di Gala, alcuni precedenti privilegi emanati dalla madre Adelasia. Il documento originale in lingua greca contiene il “sigillion” (o privilegio). Una copia quattrocentesca (della traduzione in latino) è giunta fino a noi. Nel privilegio tra le prime undici concessioni si legge che al monastero bizantino di Gala veniva concessa:
“....... la chiesa di San Pantaleone nel porto di Quisòn con la facoltà di tenere le barche con cui pescare...”


In conclusione si può affermare che in epoca normanna il sito si chiamava Quisòn, pronunciato alla normanna. Quisòn si tramutò nell’italiano Schisò. La chiesa di san Pantalone sul porto, (venerato sin dall’epoca bizantina), si trovava proprio dentro le mura del Castello (dov’è tuttora) a testimonianza che la fortezza e la chiesa greca convissero per lungo tempo prima dell’arrivo dei conquistatori arabi e normanni. A quest’epoca si fa risalire la costruzione del Maschio Normanno a due elevazioni all’interno della cinta muraria.

XIV XVI sec.
Il trecento è per antonomasia il secolo dei castelli feudali siciliani. Non esiste castello baronale dove il trecento non abbia lasciato cospicue tracce architettoniche. Furono realizzate innumerevoli torri di guardia ed apportati restauri ai castelli demaniali dei quali si erano impadroniti i baroni, particolarmente gli Alagona sulla costa orientale. Per tutto il Trecento le torri a pianta quadra sono state le più frequentemente realizzate. Anche la torre del castello di Schisò appartiene a questa tipologia. Fu realizzata, con evidente funzione difensiva, sulla piccola insenatura dove la fortezza altomedievale presentava un semplice bastione con saettiere. Questo bastione, prospettante sul “caricatore” per le barche dell’insenatura, dovette essere, in quel periodo, ritenuto insufficiente per la difesa del caricatore. Non è chiaro esattamente per quale via il castello, agli inizi del 1400, sia finito in mano agli Statella. Secondo alcuni studiosi di genealogia, come Filadelfo Mugnos, Mango di Casalgerardo e Palizzolo Gravina, la famiglia Statella avrebbe origini francesi provenendo dalle Fiandre (oggi regione del Belgio). Quindi questi sarebbero stati vicini alla fazione Chiaramonte. Primo ad arrivare in Sicilia fu Accursio Statella, nel 1326, ma fu suo figlio Enrico a iniziare l'accumulo di beni e potere nell'isola diventando il titolare di alcune baronie, allargando la sfera d'influenza sul versante nord orientale dell'Etna, fra il catanese e il messinese, su cittadine come Randazzo, Francavilla di Sicilia e Castiglione di Sicilia. La famiglia godette quindi di grande prestigio alla fine del trecento e per tutto il quattrocento. Sotto lo stemma araldico della famiglia Statella; venne realizzata la torre quadra in stile chiara montano ed il maniero subì ampliamenti ed ammodernamenti dell’apparato difensivo.


Nel Castello di Schisò eretto in feudo con regio privilegio del 1518. Uno straordinario documento sul Castello è costituito da un manoscritto del 1578. Il manoscritto è attualmente conservato presso la Biblioteca Nazionale di Madrid e descrive scrupolosamente il Castello di Schisò come appariva alla fine del Cinquecento. L’autore è Tiburzio Spannocchi, architetto militare incaricato, nel 1577 da Marco Antonio Colonna (Vicerè di Sicilia), di censire le fortificazioni costiere siciliane. La descrizione di Spannocchi inizia dal porto di Messina e ad ogni descrizione corrispondono disegni acquerellati. Gli acquerelli che riprendono, in prospettiva, le coste o i porti sono dotati di una grande precisione nel restituire il profilo orografico con l’esatta ubicazione di case, castelli, campanili, palazzi. A proposito di Schisò l’architetto, oltre ad indicare la posizione esatta del castello, e a specificare l’appartenenza alla famiglia Statella, con la consueta precisione allega un disegno acquerellato. Il disegno costituisce una vera e propria “ fotografia” dei luoghi come apparvero agli occhi dello studioso approssimativamente intorno all’anno 1578. Secondo l’Arch. Raneri, per la ricostruzione dell’identità architettonica del castello, questo documento riveste particolarissima importanza e rende con estrema chiarezza quale fosse la consistenza delle fabbriche sull’antico porto. L’acquerello e il testo sul Castello, costituiscono una preziosa testimonianza sulla coltivazione della Canna da zucchero e sul mantenimento del possesso del maniero da parte della Famiglia Statella fino alla fine del Cinquecento.


XVII XVIII sec.
Scarne sono le notizie sul seicento. Per certo dalle fonti risulta che il territorio fu lambito dalla guerra nella seconda metà del secolo. Il seicento fu infatti tristissimo per questa parte del regno di Sicilia. Nel 1674 la città di Messina si rivoltò al governo spagnolo e si schierò con le truppe francesi di Luigi XIV. Gran parte della Sicilia orientale cadde in mano francese e nel 1677 i francesi si apprestavano a risalire la valle del fiume Alcantara per arrivare a Troina e Palermo. La flotta francese era alla fonda della baia di Schisò come testimonia una lettera del 30 Maggio del 1677 con cui D. Sebastiano Puglisi, Arciprete di Novara di Sicilia, informa il generale Brancamonte delle mosse che il nemico si dice voglia fare. “…Eccellentissimo signore…..mi hanno detto che non hanno più di 15 vascelli, 14 galere, 600 cavalli 3400 fanti….”. un’altra lettera, del 2 Giugno 1677, inviata al Vicerè da un sergente maggiore di Francavilla “….Il nimico in detto giorno di venerdì abbassò la cavalleria; e pedoni alla piana di Taormina (Schisò) La rivolta della città di Messina alla Spagna fu l’unico sussulto in un secolo in cui la nobiltà rimaneva staticamente ancorata al potere feudale. In questo periodo risulta, dalle fonti, che le terre di Schisò erano divenute una baronia poiché tale Giovanni Battista Paternò di Roccaromana fu investito l’otto Aprile del 1693 del titolo di Barone di Schisò). Nella prima metà del settecento Biagio de Spuches e Corvaia, giudice della R. Udienza di Messina; acquistò lo Stato di Kaggi, precisamente nel 1743, col titolo di marchese di Schisò e di Kaggi col mero e misto imperio e morì in Palermo senza figli il 4 settembre 1748. Grave dovette essere lo stato di decadimento del castello di Schisò poiché nel 1760 l’abate Vito Amico nel suo “Lexicon topographicum siculum”, a proposito di questo scrisse. “.. Schisò. Lat. Schison. Sic. Schisò (V.D.) Asilo nel seno di Taormina, al lato interno del promontorio australe del medesimo, e rivolto a settentrione. Dicesi anche lo stesso promontorio di Schisò, senza dubbio da voce saracena. Ci hanno sopra lo scaro una fortezza ed una bettola, edificate nelle rupi dell’Etna, poiché nessuno porrà in dubbio esser di là sfogati gli incendi del monte scaricati un tempo sul lato orientale, osservando per un poco la materia e l’indole e le vestigia dell’eruzione sino alle supreme radici, come io più volte di presenza considerai. Ai nostri giorni sono adatte nella maggior parte quelle terre alla coltivazione. L’antica Nasso nell’interno corrisponde alla stazione di Schisò di cui si fa menzione nel tempo di Ruggiero..” Alla fine del Settecento si fa risalire l’ampliamento degli opifici per la produzione di canna da zucchero..

XIX XX sec.
Nel 1821 un abate del monastero di Santa Maria di Roccadia pubblicò i suoi “Discorsi intorno alla Sicilia” tra le righe di questo documento si legge: “..non solamente in Palermo vi avea delle officine da tirare lo zucchero…ma eziandio in altri luoghi del Regno. I più rinomati sono…..Schisò nella marina di Taormina, Casalbiano (Calatabiano) in quelle contrade….”

La coltivazione della pianta saccarifera e gli annessi opifici per la lavorazione dello zucchero erano documentati nel castello di Schisò già dallo Spannocchi, alla fine del 1500 quando affermava che la guardia veniva fatta al castello per la coltivazione della pianta di Cannamele. Con ragionevole certezza possiamo affermare che i marchesi di Schisò nel 1700 avessero già realizzato nel castello i trappeti per la lavorazione del prodotto. Dopo il XVIII secolo questa attività iniziò a decadere per la concorrenza dei prodotti americani. Con l'Unità d'Italia, la coltivazione della canna e la produzione dello zucchero cessarono a causa della politica fiscale del governo piemontese che favoriva lo zucchero di barbabietola prodotto in Nord Italia Nel XIX secolo il Castello venne trasformato in una residenza gentilizia di proprietà di Giovanni de Spuches. Agli inizi del XX secolo il Castello appartenne ai Lombardo Alonço e dal 1910 ala famiglia Paladino.

Daniele Raneri

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